A chi fa male l’olio di palma?

Google non ha laurea in medicina, eppure sempre più italiani cercano sul web informazioni sulla salute. E a rendere più complicato il problema ci pensa come sempre il mondo dell’informazione. Giornalismo e divulgazione oggi non viaggiano sullo stesso binario e allora come informare senza demonizzazioni e liste di proscrizione? Come evitare confusione? Su internet il rischio bufala corre alla velocità della luce e la disinformazione anche, per avere quindi informazioni di carattere scientifico l’attendibilità delle fonti risulta fondamentale.

Uno degli esempi più classici degli ultimi anni riguarda l’olio di palma. Da cosa nasce la guerra all’olio di palma? E chi ha ragione? Chiariamo subito: l’olio di palma non è cancerogeno e non ci sono evidenze scientifiche tali da giustificare le violente campagne contro. L’olio di palma contiene circa il 50% di grassi saturi e si trova in biscotti, prodotti da forno, cracker e fette biscottate, dolci industriali, creme, gelati. Il suo largo utilizzo tra i nostri cibi è avvenuto in seguito all’inasprimento delle normative dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sui grassi idrogenati, come le margarine, reputati nel tempo nocivi. Quindi si è scelto di consumare l’olio di palma per evitare che nei nostri alimenti ci fosse di peggio; oltre al fatto che per l’industria alimentare ha un costo molto basso.

Il vero problema non è però l’olio di palma, ma il consumo eccessivo di grassi saturi (su tutti l’acido palmitico, presente anche nella carne, formaggi, latticini). E’ la loro assunzione a dover essere tenuta sotto controllo e, in quanto responsabili dell’aumento di colesterolo e rischi cardiovascolari (ictus, infarto), in genere non dovrebbe superare il 10% del totale dei lipidi introdotti con la dieta. E’ quindi sbagliato sostenere che altri grassi non facciano male, mentre l’olio di palma sì. Ma trattandosi di un grasso saturo, va considerato esattamente come tutti gli altri grassi saturi (burro, strutto, etc.). Sulle accuse di cancerogenicità, inoltre, non c’è alcun riscontro nella letteratura scientifica che comprovi la correlazione diretta tra olio di palma e sviluppo di tumori. Piuttosto lo sono i prodotti della sua raffinazione, come conferma l’EFSA.

Gli effetti collaterali sull’ambiente invece ci sono e sono innegabili. Il vero problema dell’olio di palma, il secondo più usato al mondo, è che la sua coltivazione (quasi totalmente in Indonesia e Malesia) ha comportato e comporta tutt’oggi un pesante abbattimento delle foreste tropicali per far spazio a nuove piantagioni. E’ dunque responsabile della deforestazione delle foreste pluviali e di una crisi ambientale che ha ridotto drasticamente la biodiversità, portando a rischio estinzione decine di specie animali. Ed è forse proprio il suo forte impatto ambientale a dar forza alle campagne contro la sua produzione. L’unica via percorribile (pur raccomandando all’industria alimentare di sostituire, quando possibile, l’olio di palma con altri grassi più costosi ma più salutari) è quindi quella di trovare una produzione ecosostenibile. E poi, di fronte a un prodotto con l’etichetta ‘senza olio di palma’, chiedetevi piuttosto cosa ci hanno messo per sostituirlo.

 


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