Animali e uomo: storia di un virus che li unisce (parte II)

Le spike proteins, presenti sulla superficie più esterna del virus, hanno sequenza aminoacidica diversa nelle varie specie animali (da questo il diverso comportamento del virus in base alla specie) e si legano per entrare nella cellula ospite agli Ace-2, recettori coinvolti nella vasocostrizione e overespressi con l’età, nei fumatori, in corso di ipertensione. E poiché i recettori ACE-2 sono localizzati in molti tessuti, ne deriva una disfunzione multiorgano (oltre alla polmonite, sono frequenti nei contagiati anche insufficienza renale ed epatica). In più subdolamente il virus blocca la captazione del ferro, quindi inibisce la distribuzione dell’ossigeno ai tessuti (che avviene proprio grazie al ferro dell’emoglobina).

Le attenzioni di alcuni gruppi di ricerca si sono rivolte ai virus del raffreddore tra i quali nell’uomo ci sono sia alfa che betacoronavirus (stesso genere dei virus della Sars e del Sars-Cov2). Si è visto in laboratorio che nell’uomo una pregressa esposizione a un betacoronavirus garantisce protezione crociata a SARS-Cov2. Da qui l’ipotesi, da verificare ‘sul campo’, che potrebbe giustificare in alcuni casi la sintomatologia grave con morte in pochi giorni e in altri sintomi quasi inesistenti. Forse perché nell’ultimo caso le persone nella loro vita sono già venute a contatto con un virus meno pericoloso della stessa famiglia. Esistono altre ipotesi che riguardano la prevalenza di casi in alcuni gruppi sanguigni e nelle comunità di afroamericani, ma queste non hanno una valida associazione scientifica: il trend dell’infezione e i dati statistici che a volte hanno correlazione, devono sempre poi essere confermati dall’evidenze scientifiche. Ad esempio, gli 0Rh-negativi hanno meno casi, ma magari solo perché si tratta di un gruppo più raro, oppure gli afroamericani hanno un elevato numero di fumatori e, in alcune aree, rappresentano una parte delle classi più povere (che ha quindi meno accesso a cure sanitarie). è un po’ come se dicessimo che si hanno più vittime coi capelli neri e quindi trarre la conclusione ‘scientifica’ per cui un determinato colore dei capelli agevoli l’incidenza di un patogeno. Non è così.

In quanto a cani e gatti, i pochi animali finora positivi (erano tutti a stretto contatto con proprietari infetti) hanno presentato una sintomatologia nulla o poco evidente. Inoltre, gli animali infetti presentavano un titolo virale molto basso non in grado di infettare altri animali o persone. La storia è maestra di vita e ci ricorda che nel 2002 la SARS dimostrò già la sua capacità di infettare i gatti, che a loro volta erano in grado di trasferire il contagio ad altri gatti e di eliminare il virus attraverso i loro escreti. Ma oggi la circostanza per la quale alcuni animali possano infettarsi con SARS-CoV-2 non significa che svolgano un ruolo attivo nella trasmissione dell’infezione all’uomo. Fermo restando che non doveva essere un virus a suggerirci di preservare le migliori condizioni igieniche con gli animali in casa e nel rapporto con loro, ma dovremmo farlo a prescindere.

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