Come e perché nascono le fake news

A meno che tu non sia il Papa o un capo di stato, oggi la soglia di attenzione di un tuo uditore, nell’overloading informativo dei nostri giorni, non supera i venti secondi, secondo alcuni studi può raggiungere i trenta, se sei fortunato. Al punto che le scuole di scrittura creativa insegnano a inserire almeno una frase ad effetto nelle prime righe, altrimenti qualche parola più tardi il tuo lettore ha già abbandonato. In tal senso catalizzare l’interesse in così poco, su argomenti scientifici e con una comunicazione breve ed efficace, non è sempre facile. Ed essere divulgativi senza essere didascalici, è compito ancora più arduo. Perché? Perché tutte le nostre opinioni sono frutto del pensiero veloce: ci affidiamo a stereotipi, imitiamo la maggioranza per atavico istinto di sopravvivenza, e scegliamo ciò che conferma le nostre credenze.

Le fake news sulla salute sono le terze più diffuse al mondo (19%), dopo quelle di attualità e di cronaca, ma più delle altre possono essere pericolose, generare psicosi o addirittura uccidere. La gente tende a credere a ciò che, alimentando o sollevando una paura, desidera in quel momento, non a quello che è reale. è una perversa trappola mentale (per gli psicologi si chiama pregiudizio di conferma) nel quale l’intelletto porta a convalidare le nostre convinzioni, cioè quelle che sono già un’idea o un pregiudizio di fondo. Tanto che, venire a sapere dati concreti, spesso non ha impatto sulle percezioni, fino al punto di rifiutare le controprove. Siamo perciò nell’epoca della post-verità, caposaldo del populismo e dell’anti-intellettualismo: un’emozione o un pregiudizio contano più della verità oggettiva.  Questo meccanismo genera due cose. Intanto gli stereotipi: numeri alla mano, nessuno sa che al mondo il labrador morde più del pitbull, ma i giornali preferiscono pubblicare i secondi perché cavalcano l’idea ormai comune dell’animale feroce (stesso motivo per cui, su alcune città come Napoli, emergono a fatica notizie positive e lontane dallo stereotipo internazionale). Oppure in pochi considerano che è più alta la probabilità di morire scivolando nel bagno di casa, piuttosto che in un attacco terroristico. In secondo luogo, le fake news. La scienza mette a disagio, perché è poco frequentata, soprattutto in un paese come l’Italia, di estrazione prevalentemente giuridico-umanistica, nel quale ha sempre trovato poco spazio, nelle scuole come nella cultura in genere. Se a questo aggiungiamo i ciarlatani digitali, i maghi e i medici alternativi a caccia di fama, il gioco è fatto. Al punto che l’opinione pubblica (e la cecità della magistratura) ha spesso spinto le istituzioni ad autorizzare, finanziare e inserire nel Sistema Sanitario Nazionale metodi senza alcuna validità scientifica e di cui non si conosceva né metodo né composizione (es. il metodo Stamina nel 2013).

Le più popolari di tutte però sono le fake news alimentari. Una di queste pericolose mode è il Gluten-free. Oggi il suo mercato mondiale aumenta del 27% annuo, in Italia consumano il Gluten-free 6 milioni di persone (i celiaci sono 200mila), perché un’aggressiva campagna pubblicitaria ha fatto intendere che sia sano e dietetico. Per chi non è celiaco invece, il Gluten-free ha un indice glicemico più elevato, più grassi e calorie, meno vitamine e proteine. Poi ci sono alcuni miti alimentari, ci sono poi campagne create ad hoc. L’80% delle bufale su prodotti alimentari contaminati o pericolosi segue uno schema molto semplice: un prodotto diffuso (pane, pasta, latte o formaggio) contaminato da un composto cancerogeno o da un patogeno ben noto (Salmonella, E.coli, etc.). Se si abbinano questi elementi, si crea una storia verosimile ad elevata visibilità e viralità. Intanto le istituzioni non inquadrano subito il problema, non sanno valutarne il rischio e poche volte seguono una comunicazione in grado di conoscere gli strumenti per rispondere in tempo. E la fake news diventa virale. Fino ad arrivare a una delle più moderne su vaccini-autismo. Caso classico nel quale si fa leva su una paura collettiva: si raccontano episodi sparsi di bambini a cui fu diagnosticato subito dopo un vaccino, e prende il sopravvento in tv o sui giornali una narrazione spesso di modelle, attori, genitori che elevano storie di bimbi autistici a prove scientifiche. Perché sono riusciti a trasformare la scienza in una storia personale, e quindi popolare. Eppure quello sul vaccini-autismo è il mito più facile da sfatare: basta calcolare l’autismo su due gruppi, uno di vaccinati e uno no, e verificarne le differenze. Eppure non si riesce a farlo, perché la gente associa il fenomeno causa-effetto in maniera arbitraria. In generale, il tipo di comunicazione che gli scienziati sono abituati a fare è molto lontano da quello con cui comunica il resto della società. Nella quale la percezione non è determinata dalle statistiche, ma dalle immagini e dalle storie.

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