Covid19: l’occasione storica persa dalla scienza

Quando il mondo stava andando in malora, allo scoppio della pandemia, si è voltato dalla parte degli scienziati. Ha chiesto loro il modo, le scelte e la speranza per mettere la testa fuori da un pericoloso tunnel. Questo ha rinfrancato la scienza che per anni ha patito un grave oblio comunicativo e poteva essere un’occasione storica.

Le pandemie sono eventi dinamici, non sono un disastro ambientale: è quindi impossibile affermare che un virus non esista più, ma dire che il virus non esiste più clinicamente è anche peggio, perché potrebbe non significar nulla. Anche nei mesi in cui il virus si muoveva sottotraccia in Italia, precedente ai primi focolai, il virus era clinicamente assente. Inoltre sulla mutazione (non ancora dimostrata) va ricordato che tutti i virus in parte mutano, anche i coronavirus abituati a una ricombinazione genetica fortissima, per i quali ‘mutare’ è una strategia difensiva per sopravvivere ed eludere i sistemi immunitari di uomini e animali. Ma è il tipo di mutazione a fare la differenza.

In questi mesi di ‘infodemia’, si è capito quanto scienza e divulgazione scientifica siano due cose diverse. La divulgazione è lo strumento attraverso il quale si interpretano i risultati della scienza e li si rendono fruibili a tutti. Trasforma cioè la crudezza dei metodi, dei numeri e delle formule in una narrazione più agevole, più facile da maneggiare e da far capire ai cittadini come alla politica. Social, tv e carta stampata nel loro ruolo chiave hanno tentato di far coincidere l’obbligo di informare con la delicatezza del tema. La scienza però ha perso una grande occasione, per una serie di motivi. Intanto molti scienziati hanno accettato di comparire in video o sui social anche senza avere dimestichezza o competenza. Hanno parlato docenti di estrazione non medica ma anche medici che non avevano mai studiato virus. Ecco quindi comparire la ‘Sarsa’ in un nuovo connubio forse di patogeni e passata di pomodoro, o raffazzonate opinioni su immunità, specie animali ed eziologia, fino a confondere il primo focolaio statunitense, scambiando Washington stato che si affaccia sul Pacifico con Washington capitale.

In un momento di difficoltà, il mondo non ha trovato nella scienza un fronte comune, pronto a spiegare e a lavorare in sinergia. E, nonostante tanti validi contributi, anche tra i più presenti in tv si son prese cantonate. Da Zangrillo a Burioni, fino a Ilaria Capua che ha ipotizzato un salto di specie tra suino e cinghiale (dimenticando siano della stessa specie) o che ha sparato teorie a casaccio su un tasso di mortalità più alto in Italia per colpa dell’antibiotico-resistenza negli ospedali. La televisione intesa come informazione ha regole molto precise, e il desiderio di comparire non deve alzare l’asticella del sensazionalismo solo perché lo scienziato, che parla per dati di fatto, è obbligato a dare una risposta e magari ha voglia di farsi ricordare.
La scienza non è spettacolo, il folklore di alcuni politici può esserlo.

Infine non dimentichiamo che il dibattito e la pluralità sono il punto di forza dell’ambiente accademico e scientifico, indispensabile per far progredire la ricerca. Ma lo è quando il dibattito rimane nelle aule o in un laboratorio universitario. In televisione o sui social invece crea solo confusione, scarsa fiducia e pessima credibilità.

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